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29 aprile 2010
politica interna
Le regionali in Piemonte ovvero l’anno del Novara

Il 2010 sarà ricordato come l’anno del Novara, la squadra di calcio torna in B e il novarese Cota diventa Presidente del Piemonte.
Il Presidente del Piemonte è un novarese, ma non è certo un vanto per un novarese essere considerato piemontese.
Il Novara è tornato in B, ma i piemontesi non ne vanno così fieri, nella loro memoria calcistica collettiva, esclusi Toro e Juve, sono rimasti i sette scudetti della Pro Vercelli e il primo Rivera dell’Alessandria.
Novara è la città meno piemontese del Piemonte e, come Cota, sta con Torino, ma volgendo sempre lo sguardo verso Milano.
L’anomalia di questa tornata elettorale è stata senz’altro la vittoria di un candidato che, secondo me, era considerato con sufficienza e distanza dai suoi stessi alleati.
Sento ancora riecheggiarmi nelle orecchie la frase pronunciata dalla Polverini a Larussa, credo, mentre festeggiava la vittoria in Piazza del Popolo la sera dello scorso 29 marzo: “Non ci credevi …, eh!” e se non ci credevano loro, certamente non ci credeva il centrodestra piemontese in una vittoria, con i sondaggi che davano la Bresso fin al 51%.
Scrivo di queste cose solamente ora, a circa un mese di distanza dalle elezioni regionali.
Ora che di analisi del voto e di nuove formule di partito, è già stato detto tutto e il contrario di tutto da tutti i più autorevoli politologi, opinionisti e responsabili di partito.
Appena a gennaio il PD usciva da una vivace fase congressuale che ha sfinito anche i più resistenti militanti e che ha scelto e ha definito una dirigenza che non ha neppure avuto il tempo di impostare la sua leadership.
Personalmente non vorrei ritrovarmi costantemente in “partito materasso”, … e non mi riferisco all’analogia con le squadre materasso di calcistica conoscenza, ma a una caratteristica dei moderni materassi, quella di avere un lato invernale e un lato estivo: con l’autunno e l’inverno passati a fare congressi, primarie e rese dei conti e la primavera e l’estate ad analizzare sconfitte e a studiare nuove formule di partito.
Abbiamo sottovalutato Grillo, ma ancor più abbiamo sopravvalutato le nostre forze, in particolare abbiamo dato per assodato un vincolo di perenne fedeltà con i cittadini torinesi e con quelli dell’hinterland: si vince in quelle zone, ma con il 51%, non più con il 60%.
Quindi, se nelle province esterne si perde malamente, non ci basta più la forza di Torino per compensare e vincere.
Hanno ragione Prodi e Chiamparino a chiedere maggiore sostegno ai territori e maggior interesse nelle istanze di cui sono portatori.
Qualche giorno fa, durante una trasmissione di Radio Padania Libera, il conduttore invitava i radioascoltatori a telefonare in redazione per esprimere la loro motivazione al voto alla Lega Nord, bene, la motivazione che più mi ha convinto è la seguente: “Perché sono 25 anni che dice le stesse cose!”.
Ci troviamo quindi di fronte a un “contratto di asserzione”, ovvero “ti voto perché dici quello che voglio che tu mi dica, indifferentemente dal fatto che tu lo metta in pratica!”.
La Lega Nord dice da 25 anni principalmente tre cose: la prima, “Roma ladrona!”, ma sono molti anni che a Roma ci sta e da Roma finanzia alcune allegre amministrazioni del Centro Sud; la seconda, “Via gli extracomunitari!”, ma non si capisce per quale motivo in Lombardia, governata da vent’anni dalla LN, ci sia una così alta concentrazione di extracomunitari, perché si sono stabiliti in massa nel bresciano e non così tanto nell’Umbria o nella Valle d’Aosta? Forse perché all’imprenditoria lombarda e veneta, così come agli agricoltori campani e calabresi, l’extracomunitario fa comodo, grazie a relazioni industriali, per così dire, "semplificate"; sicuramente gli stranieri sono una risorsa per i conti della previdenza e per l’aiuto che danno nell’assistenza degli anziani, ma non diteci che gli ha fatti venire Cipputi votando PCI-PDS-DS-PD; la terza, “Vogliamo il federalismo fiscale!”, qui interviene Fini che a sua volta cita una frase di Polito: “Il federalismo fiscale non può essere che il Nord ci guadagna, il Sud non ci rimette e tutti paghiamo meno tasse!”, si tratta di un sogno irrealizzabile, di una formula che non ha soluzioni.
Per pagare meno tasse, occorrerebbe andare nella direzione opposta, ovvero nella riduzione dei centri di costo: abolendo le province e i comuni sotto i tremila/cinquemila abitanti, appaltando a livello regionale/centrale opere e forniture, ovvero facendo quello che grandi aziende stanno facendo da anni: economia di scala, naturalmente al “netto della corruzione”.
Spero che, grazie a una martellante campagna di comunicazione lunga tre anni (salvo elezioni anticipate), gli elettori del centrodestra chiedano ai partiti di governo: “quando e come, ma soprattutto perché!”.
Ma a questo a punto saremmo a metà dell’opera, infatti a una diminuzione del consenso al centrodestra non è corrisposto un aumento automatico del consenso al centrosinistra, ma è sempre andato ampliando il disincanto e il distacco dalla politica, in altre parole è accresciuto l’astensionismo.
Occorre dare delle nuove parole d’ordine, tre – quattro obiettivi ben riconoscibili – quasi un ritornello orecchiabile.
Partire da concrete proposte per la salvaguardia del lavoro, per il diritto alla casa, per una salute pubblica ed efficiente, per una scuola pubblica e capace di trasmettere cultura e valori di cittadinanza, per la ricerca e l’innovazione, per il controllo pubblico dell’acqua e delle altre utility strategiche per i consumatori.
Scrive Placido: “Innanzitutto, la presenza di un pubblico disastroso non sta a significare che il suo “commissariamento” da parte del privato sia la soluzione migliore”.
Il partito socialista francese di Martine Aubry, capofila del centro sinistra ha un programma molto simile a quello del PD sui temi sociali, culturali, sull’accoglienza e la tolleranza, ma ha un diverso approccio sui temi economici.
Coraggiosamente ammette il fallimento di un’economia eccessivamente mercatista.
Il programma del PSF recita: “La destra si propone di smantellare i servizi pubblici uno dopo l'altro: La Poste, EDF-GDF (equivalenti alle nostre ENEL e ENI n.d.r.), la SNCF e anche gli ospedali e le scuole. E' la loro concezione di una società in cui ognuno pensa per sè e lo Stato non interferisce nella attività economica. Noi ci battiamo ogni giorno contro i loro progetti, ma ci prepariamo anche la nostra contro proposta. Perché per noi, i socialisti, i servizi pubblici restano lo strumento più efficace per ridurre la disuguaglianza e la lotta contro le ingiustizie sociali, vogliamo ripristinare il pubblico.”
Tra i vari commenti il più concreto sia: “Ascoltare la gente e filtrare le pulsioni popolari attraverso il nostro modo di fare politica: accoglienza, solidarietà, tolleranza”, non è facile, come disse Eduardo De Filippo “Quando è buon tempo ognuno è marinaio e si vorrebbe mettere al timone!”, adesso il mare è in burrasca.

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