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28 maggio 2010
politica interna
Manlio e Livia

Io sono Manlio Milani, il marito di Livia, morta nella strage di Brescia la mattina del 28 maggio 1974.
Da quel giorno, ogni istante della mia vita lo dedico alla ricerca della verità.
Non è facile, credetemi. Ma io non desisto.
Piovigginava, quella mattina.
Ma Livia, in piazza della Loggia, ci sarebbe andata anche se fosse venuto giù il cielo. Voleva essere lì, con i suoi colleghi insegnanti, militanti della Cgil come lei, per testimoniare il suo impegno antifascista. Con alcuni di loro, i coniugi Trebeschi, la sera prima avevamo chiacchierato fino a tardi. Avevamo parlato di tante cose e anche del perché fosse importante partecipare il mattino seguente, alla manifestazione antifascista e allo sciopero che, una volta tanto, non era stato indetto per rivendicazioni economiche, ma per difendere la libertà di tutti. Uscii dal lavoro alle 8 per andare a prenderla, perché dovevamo andare insieme alla manifestazione, mia moglie e io, come avevamo fatto tante altre volte. Io ero impiegato in un’azienda elettrica. Livia invece insegnava letteratura italiana. Aveva vinto il concorso per le Superiori, ai primi di maggio. Avevamo vissuto insieme anche quell’esperienza dalla stanchezza per la preparazione alla felicità per averlo superato. Ed era stato bello. L’azienda in cui lavoravo non era molto distante da casa, e sarei andato a prendere Livia a piedi, se un collega non mi avesse dato un passaggio in macchina. Ci penso spesso ancora oggi: se avessi rinunciato a quel passaggio, avrei tardato un po’ e... forse soli pochi minuti sarebbero bastati a impedire che morisse, chissà...

Arrivai a casa in anticipo, suonai il campanello e quando lei mi rispose, per scherzo la rimproverai: «Dai, svegliati, muoviti, Sei sempre in ritardo?» Così, col sorriso mica dicevo sul serio. Ci piaceva scherzare, eravamo allegri, giocosi.

Scendemmo in fretta da casa e, camminando velocemente, ci dirigemmo verso piazza della Loggia. Continuava a piovere e Livia mi disse, seria: «Guarda te, questa è una pioggia fascista!». Temeva che la pioggia impedisse alla gente di scendere in piazza. Ma si sbagliava, perché quando arrivammo, la piazza era già piena. La attraversammo, da un lato all’altro, cercando con lo sguardo i nostri amici, quelli con cui eravamo stati la sera prima. Li vedemmo, erano a una decina di metri da noi. Stavamo per raggiungerli, quando incontrai un mio compagno, che mi bloccò per chiedermi delle informazioni. Livia però aveva fretta, fretta di raggiungere i suoi amici e di compiere il suo destino. «Io vado, ti aspetto li, vieni subito», mi disse. Mi fermai un attimo a parlare con quel mio compagno, tenendo però sempre d’occhio Livia, per non perderla tra la folla. Poi, andai verso di lei, che intanto aveva raggiunto il gruppo degli amici. Ero ormai vicinissimo, a pochi passi. Livia mi guardò, incrociammo lo sguardo, mi salutò e io risposi allegramente al suo saluto...

In quell’istante, lo scoppio. Erano le 10.12 del 28 maggio 1974.

Da quel momento, ho due immagini fisse nella memoria: il suo saluto prima, il suo corpo straziato dopo. La vedo ancora, lei è li, con i nostri amici, mi sorride e saluta con la mano e, subito dopo, lo scoppio. Il boato lo sento ancora nelle orecchie, lacerante.

Sul momento rimasi come attonito, impotente. Vidi un’ombra che mi passò davanti, e solo più tardi avrei capito che era il corpo di Alberto, Alberto Trebeschi, scagliato a una decina di metri di distanza, come fosse un manichino. In mezzo a quella folla impietrita, si aprì una sorta di buco: dove c’erano gente e sorrisi, ora c’erano solo morte e silenzio.

Da “I silenzi degli innocenti” di Giovanni Fasanella.

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27 agosto 2007
politica interna
1977-2007 Nonsolomemoria

Il ricordo ci aiuta a capire qual'è la nostra storia, la nostra provenienza e in parte a riflettere sul nostro futuro.

Quest’anno ricorrono i miei trent’anni di impegno in politica (non di “carriera”).
Era il 1977 quando decisi, a soli 17 anni, di iscrivermi alla Federazione Giovanile Comunista Italiana: Sezione Torino 30, credo di ricordare, Via Caprera, Borgata Santa Rita, quartiere popolare, vicino alla scuola per Geometri Castellamonte.
Era un brutto anno per iscriversi ad un qualsiasi partito, ma in particolare il PCI e i suoi aderenti erano oggetto di aggressioni verbali e spesso fisiche.
I militanti dell’estrema sinistra lo consideravano la massima espressione controrivoluzionaria, partecipe al sistema di sfruttamento delle masse operaie imperniato sulla Democrazia cristiana.
Gli estremisti di destra, galvanizzati dal reflusso fascistoide degli anni ’70, con i regimi di Pinochet in Cile, di Videla in Argentina e di Papadoupulos in Grecia, scorazzavano in lungo e in largo per la penisola, in attesa del regime dei colonnelli e picchiando chi non risultava loro simpatico.
Era il tempo in cui l’attuale Sottosegretario agli Esteri della Margherita, Gianni Vernetti, “eskimo e jeans” militava in Lotta continua e Marco Rizzo, Europarlamentare (calvo), aveva i capelli lunghi!
Era l’Italia di Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, di Aldo Moro e Giovanni Leone, delle “convergenze parallele e del “compromesso storico”, di Luciano Lama e Gianni Agnelli, di Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante.
A Torino si era da poco insediato Diego Novelli, Sindaco del PCI, che con la sua lungimiranza e la sua onestà cambiò il modo di governare le città, importante fu l’apporto nel governo di Torino dell’Assessore Balmas (al quale dobbiamo ancora oggi gli eventi all’aperto detti “Punti verdi” e al quale mi sono ispirato quando sono stato, più modestamente, Assessore alla Cultura di Villanova d’Asti).
L’accostamento all’impegno politico, anche solamente come scelta di campo, in quegli anni, era favorito da una generale diffusione del pensiero politico, alimentata, a sua volta, dalle tumultuose vicende del terrorismo e del golpismo, dell’estremismo e del brigatismo.
Già nell’autunno del 1974 avevo avuto occasione di venire a contatto con gli aspetti più pericolosi della vita politica.
Frequentavo il primo anno del Castellamonte nella succursale di Via Garibaldi, in prossimità di Piazza Statuto, ove era ubicata la sede del MSI.
Un mattino trovai l’ingresso della scuola ostruito da un gruppetto di ragazzi un po’ più grandi, che non faceva accedere alle lezioni: era un giorno di sciopero! Anche se forse non saprò mai quale era il motivo.
A metà mattina, un corteo di studenti universitari, principalmente appartenenti all’Autonomia, ci sfilò davanti e si diresse verso il centro della piazza al grido di “Almirante boia!”, io e altri ci accodammo incuriositi.
Sul lato di Corso Francia il corteo fu fronteggiato dalla Celere.
Vidi che alcuni dei ragazzi del corteo estrassero dai loro zaini delle bottiglie incendiarie che lanciarono verso le forze dell’ordine in tenuta antisommossa che, a loro volta, rispose con razzi lacrimogeni.
Il fuggi-fuggi fu generale, io tornai presto a casa, ma in quel giorno iniziai a chiedermi chi erano i ragazzi del corteo, perché protestavano in maniera così violenta e se le loro proteste erano corrette c’erano delle alternative.
Io sono cresciuto con le letture dei romanzi di Isaac Asimov e Hari Seldon, il principale personaggio della Trilogia galattica, soleva dire “La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”, mi parve che in quella filosofia spicciola ci fosse del vero.
Nel ’74 partivano anche gli organi collegiali della scuola attraverso l’applicazione dei decreti delegati emanati nel maggio per via della legge delega del luglio 1973.
Essi davano ulteriori occasioni di incontro e di scontro, nonché di dibattito sulla scuola e i suoi strumenti di didattica: Quanto del ’68 era sopravvissuto? Era ancora utile una scuola nozionistica oppure occorreva dare una cultura di metodo?
Numerosi furono gli incontri al Teatro degli Infernotti dell’Unione Culturale, una grande sala al secondo piano interrato di Palazzo Carignano, ritrovo della cultura torinese di sinistra.
Per la mia formazione furono importanti gli incontri con giovanissimi docenti, ma d’alto livello culturale, ricordo tra loro Luciana Anzalone (Redazione TG3 - Shukran), Maria Antonietta Ricchiuto e Luciano Baroni.
Voglio anche ricordare i dirigenti del PCI Giorgio Ardito (ATC-TO) e Mariangela Rosolen (PRC - collega di mio padre e amica di famiglia) e la famiglia Negarville (Celeste fu Sindaco di Torino nel dopoguerra) che spesso mi ospitò per informali riunioni presso la loro casa.
Tra una manifestazione e una riunione a Palazzo nuovo (la sede delle facoltà umanistiche) passarono il ’74, il ’75 e il ’76 e inevitabilmente arrivò il ’77.
Decisi di iscrivermi alla FGCI perché era una scelta "forte" in quanto controcorrente, moderata, la scelta di chi stava dalla parte del riformismo e di chi pensava che le grandi trasformazioni delle società non si fanno sulle punte delle baionette.
I compagni di scuola che militavano nelle piccole formazioni della sinistra extraparlamentare (Lotta continua, Avanguardia operaia, Quarta internazionale, PCML, ecc.) i cosiddetti “gruppettari” (chissà forse oggi molti loro votano Forza Italia!), mi dicevano con tono di disprezzo che mi ero iscritto al Partito socialdemocratico.
Forse avevano ragione, forse il PCI era sostanzialmente un partito socialdemocratico, così come l’ala popolare e sociale della DC, forse non sarebbe stato così male se l’Italia avesse avuto un’alternanza tra un’area conservatrice e una socialdemocratica, ma sarebbe stata tutta un’altra storia.
Intanto la FGCI, pur ripudiando l’uso della forza, continuava a partecipare alle varie manifestazioni organizzate dal movimento studentesco.
Durante i primi giorni di scuola, ci fu una manifestazione di protesta per l’uccisione a Roma del militante di Lotta continua Walter Rossi ad opera di neofascisti.
Così ci ritrovammo a far parte del corteo, dal quale si staccarono degli sciagurati criminali che diedero fuoco, lanciando alcune molotov, al bar Angelo Azzurro in Via Po.
Nel rogo che ne conseguì morì, dopo un giorno di agonia, lo studente lavoratore Roberto Crescenzio.
Contemporaneamente a Palazzo nuovo si sarebbe dovuto tenere un’assemblea per discutere di “antifascismo” e invece si rivelò un’occasione per aggredire e colpire a “barottate”[1] gli iscritti alla FGCI.
Ne uscimmo pesti in ogni parte del corpo e della mente.
Lo stesso giorno in cui si svolse quella tragica manifestazione fu convocata una riunione urgente dell’Attivo, che si svolse presso la sede della federazione torinese in Via Chiesa della Salute 13.
La Segretaria della FGCI torinese, Livia Turco, da poco subentrata a Balboni, prese la parola e annunciò ai convenuti che a seguito dell’azione di pochi miserabili un giovane difficilmente sarebbe riuscito a sopravvivere e proseguì suggerendo ipotesi di distinzione dell’organizzazione giovanile comunista dal “movimento”, nel quale le componenti più brutali ed eversive, in preda ad un delirio rivoluzionario, stavano diventando egemoni.
Poi vennero il ’78 con il rapimento e il delitto Moro e il ’79 con i “sessantuno” licenziamenti alla Fiat e la successiva marcia dei “quarantamila” che, secondo me, rappresenta la fine del ’77.
La marcia degli impiegati e quadri Fiat, fu per la sinistra come svegliarsi dal torpore nel quale viveva, nella convinzione di rappresentare in modo mopolistico qualsiasi forma di mutamento e di movimento popolare.
Personalmente dal 1982 al 2000 mi impegnai nel sindacato, la UIL di area socialista e democratica, e quando arrivò la cosiddetta seconda repubblica trovai logico aderire a I Democratici e poi confluire nella Margherita, ma anche questa è tutta un'altra storia.

[1] da “barot” : nome dato in piemontese al legno usato per sorreggere le vanghe e le zappe e pericolosamente usato per sorreggere le bandiere.

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