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27 agosto 2007
politica interna
1977-2007 Nonsolomemoria

Il ricordo ci aiuta a capire qual'è la nostra storia, la nostra provenienza e in parte a riflettere sul nostro futuro.

Quest’anno ricorrono i miei trent’anni di impegno in politica (non di “carriera”).
Era il 1977 quando decisi, a soli 17 anni, di iscrivermi alla Federazione Giovanile Comunista Italiana: Sezione Torino 30, credo di ricordare, Via Caprera, Borgata Santa Rita, quartiere popolare, vicino alla scuola per Geometri Castellamonte.
Era un brutto anno per iscriversi ad un qualsiasi partito, ma in particolare il PCI e i suoi aderenti erano oggetto di aggressioni verbali e spesso fisiche.
I militanti dell’estrema sinistra lo consideravano la massima espressione controrivoluzionaria, partecipe al sistema di sfruttamento delle masse operaie imperniato sulla Democrazia cristiana.
Gli estremisti di destra, galvanizzati dal reflusso fascistoide degli anni ’70, con i regimi di Pinochet in Cile, di Videla in Argentina e di Papadoupulos in Grecia, scorazzavano in lungo e in largo per la penisola, in attesa del regime dei colonnelli e picchiando chi non risultava loro simpatico.
Era il tempo in cui l’attuale Sottosegretario agli Esteri della Margherita, Gianni Vernetti, “eskimo e jeans” militava in Lotta continua e Marco Rizzo, Europarlamentare (calvo), aveva i capelli lunghi!
Era l’Italia di Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, di Aldo Moro e Giovanni Leone, delle “convergenze parallele e del “compromesso storico”, di Luciano Lama e Gianni Agnelli, di Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante.
A Torino si era da poco insediato Diego Novelli, Sindaco del PCI, che con la sua lungimiranza e la sua onestà cambiò il modo di governare le città, importante fu l’apporto nel governo di Torino dell’Assessore Balmas (al quale dobbiamo ancora oggi gli eventi all’aperto detti “Punti verdi” e al quale mi sono ispirato quando sono stato, più modestamente, Assessore alla Cultura di Villanova d’Asti).
L’accostamento all’impegno politico, anche solamente come scelta di campo, in quegli anni, era favorito da una generale diffusione del pensiero politico, alimentata, a sua volta, dalle tumultuose vicende del terrorismo e del golpismo, dell’estremismo e del brigatismo.
Già nell’autunno del 1974 avevo avuto occasione di venire a contatto con gli aspetti più pericolosi della vita politica.
Frequentavo il primo anno del Castellamonte nella succursale di Via Garibaldi, in prossimità di Piazza Statuto, ove era ubicata la sede del MSI.
Un mattino trovai l’ingresso della scuola ostruito da un gruppetto di ragazzi un po’ più grandi, che non faceva accedere alle lezioni: era un giorno di sciopero! Anche se forse non saprò mai quale era il motivo.
A metà mattina, un corteo di studenti universitari, principalmente appartenenti all’Autonomia, ci sfilò davanti e si diresse verso il centro della piazza al grido di “Almirante boia!”, io e altri ci accodammo incuriositi.
Sul lato di Corso Francia il corteo fu fronteggiato dalla Celere.
Vidi che alcuni dei ragazzi del corteo estrassero dai loro zaini delle bottiglie incendiarie che lanciarono verso le forze dell’ordine in tenuta antisommossa che, a loro volta, rispose con razzi lacrimogeni.
Il fuggi-fuggi fu generale, io tornai presto a casa, ma in quel giorno iniziai a chiedermi chi erano i ragazzi del corteo, perché protestavano in maniera così violenta e se le loro proteste erano corrette c’erano delle alternative.
Io sono cresciuto con le letture dei romanzi di Isaac Asimov e Hari Seldon, il principale personaggio della Trilogia galattica, soleva dire “La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”, mi parve che in quella filosofia spicciola ci fosse del vero.
Nel ’74 partivano anche gli organi collegiali della scuola attraverso l’applicazione dei decreti delegati emanati nel maggio per via della legge delega del luglio 1973.
Essi davano ulteriori occasioni di incontro e di scontro, nonché di dibattito sulla scuola e i suoi strumenti di didattica: Quanto del ’68 era sopravvissuto? Era ancora utile una scuola nozionistica oppure occorreva dare una cultura di metodo?
Numerosi furono gli incontri al Teatro degli Infernotti dell’Unione Culturale, una grande sala al secondo piano interrato di Palazzo Carignano, ritrovo della cultura torinese di sinistra.
Per la mia formazione furono importanti gli incontri con giovanissimi docenti, ma d’alto livello culturale, ricordo tra loro Luciana Anzalone (Redazione TG3 - Shukran), Maria Antonietta Ricchiuto e Luciano Baroni.
Voglio anche ricordare i dirigenti del PCI Giorgio Ardito (ATC-TO) e Mariangela Rosolen (PRC - collega di mio padre e amica di famiglia) e la famiglia Negarville (Celeste fu Sindaco di Torino nel dopoguerra) che spesso mi ospitò per informali riunioni presso la loro casa.
Tra una manifestazione e una riunione a Palazzo nuovo (la sede delle facoltà umanistiche) passarono il ’74, il ’75 e il ’76 e inevitabilmente arrivò il ’77.
Decisi di iscrivermi alla FGCI perché era una scelta "forte" in quanto controcorrente, moderata, la scelta di chi stava dalla parte del riformismo e di chi pensava che le grandi trasformazioni delle società non si fanno sulle punte delle baionette.
I compagni di scuola che militavano nelle piccole formazioni della sinistra extraparlamentare (Lotta continua, Avanguardia operaia, Quarta internazionale, PCML, ecc.) i cosiddetti “gruppettari” (chissà forse oggi molti loro votano Forza Italia!), mi dicevano con tono di disprezzo che mi ero iscritto al Partito socialdemocratico.
Forse avevano ragione, forse il PCI era sostanzialmente un partito socialdemocratico, così come l’ala popolare e sociale della DC, forse non sarebbe stato così male se l’Italia avesse avuto un’alternanza tra un’area conservatrice e una socialdemocratica, ma sarebbe stata tutta un’altra storia.
Intanto la FGCI, pur ripudiando l’uso della forza, continuava a partecipare alle varie manifestazioni organizzate dal movimento studentesco.
Durante i primi giorni di scuola, ci fu una manifestazione di protesta per l’uccisione a Roma del militante di Lotta continua Walter Rossi ad opera di neofascisti.
Così ci ritrovammo a far parte del corteo, dal quale si staccarono degli sciagurati criminali che diedero fuoco, lanciando alcune molotov, al bar Angelo Azzurro in Via Po.
Nel rogo che ne conseguì morì, dopo un giorno di agonia, lo studente lavoratore Roberto Crescenzio.
Contemporaneamente a Palazzo nuovo si sarebbe dovuto tenere un’assemblea per discutere di “antifascismo” e invece si rivelò un’occasione per aggredire e colpire a “barottate”[1] gli iscritti alla FGCI.
Ne uscimmo pesti in ogni parte del corpo e della mente.
Lo stesso giorno in cui si svolse quella tragica manifestazione fu convocata una riunione urgente dell’Attivo, che si svolse presso la sede della federazione torinese in Via Chiesa della Salute 13.
La Segretaria della FGCI torinese, Livia Turco, da poco subentrata a Balboni, prese la parola e annunciò ai convenuti che a seguito dell’azione di pochi miserabili un giovane difficilmente sarebbe riuscito a sopravvivere e proseguì suggerendo ipotesi di distinzione dell’organizzazione giovanile comunista dal “movimento”, nel quale le componenti più brutali ed eversive, in preda ad un delirio rivoluzionario, stavano diventando egemoni.
Poi vennero il ’78 con il rapimento e il delitto Moro e il ’79 con i “sessantuno” licenziamenti alla Fiat e la successiva marcia dei “quarantamila” che, secondo me, rappresenta la fine del ’77.
La marcia degli impiegati e quadri Fiat, fu per la sinistra come svegliarsi dal torpore nel quale viveva, nella convinzione di rappresentare in modo mopolistico qualsiasi forma di mutamento e di movimento popolare.
Personalmente dal 1982 al 2000 mi impegnai nel sindacato, la UIL di area socialista e democratica, e quando arrivò la cosiddetta seconda repubblica trovai logico aderire a I Democratici e poi confluire nella Margherita, ma anche questa è tutta un'altra storia.

[1] da “barot” : nome dato in piemontese al legno usato per sorreggere le vanghe e le zappe e pericolosamente usato per sorreggere le bandiere.

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27 agosto 2007
politica interna
Una buona memoria per un buon futuro

Leonardo Sciascia


“Il nostro è un paese senza memoria e verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”.

Leonardo Sciascia.

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permalink | inviato da mariolanfranco il 27/8/2007 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 agosto 2007
politica interna
Gestire il territorio

Al termine del Convegno su “Gestire il territorio”, svoltosi a Villafranca d’Asti lo scorso 27 luglio, Paolo Volpe, del locale Comitato Promotore del Partito Democratico, chiese di compilare un questionario, che così recita: Due minuti del tuo tempo per rispondere a delle brevi domande”.
Rispondo volentieri: le domande sono effettivamente brevi, ma mi accorgo che forse occorreranno un po’ più di due minuti per rispondere!

Cosa pensi del nascente Partito democratico?

Iniziamo bene!
In questi giorni ognuno propone la sua opinione sul PD: dal segretario generale al filosofo, dall’operaio all’imprenditore, ognuno cerca di visualizzare al suo interno la fisionomia che più assomiglia alla propria immagine politica.
La speranza è che sia un vero partito nuovo, dove ci siano anche delle persone nuove, che dia soprattutto nuova forma al modo di relazionarsi con i cittadini.
Occorre un partito che abbia il rispetto delle opinioni e delle decisioni degli elettori: ad esempio credo che sia inutile pensare ad un superamento del bipolarismo, alla “cosa bianca”, alle larghe intese, ecc., i sondaggi convergono tutti per il bipolarismo, “o stai di qua, o vai di là”, non ci sono vie di mezzo, la gente chiede di scegliere, di dibattere, di mediare e quindi di decidere unitariamente.
Occorre un partito che sappia stare in contatto con i cittadini e che favorisca la loro partecipazione: attraverso questo scambio di opinioni si potranno realizzare quei grandi progetti che solamente i grandi partiti “di massa” hanno il coraggio di proporre.
Occorre un partito che sappia dar vita ad una classe politica formata e istruita e che detenga il potere in virtù delle doti, delle capacità e dei meriti personali.
Troppe belle speranze? Speriamo di no, … ha ragione Veltroni: ora o mai più.

Ti senti rappresentato dalla politica locale? In che modo?

Spesso nei piccoli e medi centri non esiste la “tracciabilita” della classe politica dirigente: le cosiddette liste civiche mascherano, aggregano e disgregano le formazioni più meramente partitiche.
Ai partiti la nostra Costituzione (articolo 49) ha delegato la gestione della “res publica”, i partiti devono quindi palesemente riprendersi la scelta e la formazione anche degli amministratori locali.

Quali sono, secondo te, i problemi più grandi che le nostre amministrazioni locali devono affrontare?

Molti dei problemi di gran parte del Piemonte (ma situazioni analoghe si ritrovano un po’ in tutta l’Italia), derivano dalla dimensione di tanti suoi comuni: una eccessiva polverizzazione di enti locali, che creano, a loro volta, una moltitudine di amministratori.
Questi spesso sono impreparati nel reperire i fondi per distribuire servizi e realizzare opere e se li reperiscono sono poi in difficoltà a gestirli.
La Provincia di Asti è composta da 118 comuni, ma nei maggiori 15 comuni vive il 70 per cento della popolazione, 79 comuni hanno meno di 1000 abitanti.

Quali sono stati affrontati male fino ad oggi?

E’ evidente che con i dati che ci fornisce la statistica sia obbligatorio “fare massa critica”, ovvero raggiungere quella forza minima che occorre ad un territorio per non soccombere sotto il monumentale peso della globalizzazione.
I comuni, pur mantenendo il presidio e la rappresentanza dei territori dovranno sempre più consorziarsi ed aggregarsi e anche, se necessario, delegare alcune loro funzioni agli organi superiori.
Pensiamo al turismo: delle tante feste, fiere e manifestazioni che si svolgono durante l’estate nell’astigiano quante riescono ad attrarre turisti anche solamente dalle grandi città del nord ovest italiano? Il turismo dovrebbe al contrario essere una risorsa trainante dell’economia astigiana.
Pensiamo ai servizi a domanda individuale: agli asili nido e alle scuole materne, alle case di riposo, la domanda è in crescita, ma spesso si riescono a realizzare strutture troppo piccole per raggiungere una gestione ad equilibrio economico.
Pensiamo alla pianificazione del territorio: spesso non ci si parla tra comuni confinanti, al momento di redigere i piani regolatori frequentemente i contatti si limitano ai formali scambi di pacchetti di documentazione cartacea tra uffici tecnici.
Un plurale marketing territoriale deve essere lo strumento con cui partire per far conoscere e promuovere globalmente i punti di forza dei territori e le eccellenze dei settori produttivi.
Insieme alla comunicazione, oggi occorrono progetti, programmi di sviluppo che siano in grado di indicare quali saranno le reali potenzialità del territorio: quelle delle imprese, delle infrastrutture, degli enti locali e in definitiva dei cittadini che questi rappresentano.
Ovvero indicare tutte le attività attrattive di un’area, quelle che mirano allo sviluppo locale, alla costruzione di alleanze tra pubblico e privato, alla nascita di collaborazioni e di strategie comuni.
In questo modo si risolveranno anche, almeno in parte, i problemi delle risorse, poiché se non riesce a mettere insieme risorse idonee, la semplice gestione del territorio diventa pesante e la competizione si fa impossibile.

Che aiuto ti aspetti dalla comunità collinare/comunità montana/unione dei comuni?

Principalmente mi aspetto che non sia un ulteriore “poltronificio”, ma che sia lo strumento per fornire ad ogni cittadino quei servizi che, per il fatto di essere residente in un piccolo o medio comune, non riesce ad ottenere con facilità.

Pensi che il Centro sinistra locale ti possa rappresentare?

Gli amministratori dei piccoli e medi centri hanno difficoltà a proporre linee di gestione dei territori uniformi, spesso sono costretti a convivere con politiche differenti dalle proprie opinioni.
Ciò avviene perché le componenti dell’amministrazione non sono omogenee e ci si deve accontentare di gestire al meglio l’ordinarietà quotidiana.

Di quali servizi senti la mancanza nei nostri paesi?

I disagi maggiori si avvertono nei trasporti e nei servizi di mobilità in genere, la crisi occupazionale della provincia di Asti ha prodotto un intenso flusso pendolare verso Torino, tanto da rendere la provincia un dormitorio (su 250.000 abitanti almeno in 95.000 sono costretti ad allontanarsi dal proprio comune – fonte ISTAT) e le attuali infrastrutture viabili e ferroviarie, un oggetto d’antiquariato.


Occorrerebbe un radicale ammodernamento della ferrovia tra la futura linea 2 della MetroTorino e Asti con la formazione di nuove stazioni e l’abbandono di tratte inutilizzate, la costruzione di parcheggi di scambio auto-bus-ferro e una nuova strada per raggiungere la zona nord di Torino.
Un bel sogno!

Cosa vorresti dai rappresentanti del Centro sinistra della comunità collinare/comunità montana/unione dei comuni?

Sarebbe utile che si coordinassero a livello provinciale, darsi delle linee guida comuni e concordate, che superassero per primi i distinguo di campanile.

Fai una scaletta di 10 problemi che vorresti veder affrontare dal tuo comune (o dalla comunità collinare/comunità montana/unione dei comuni):

1) sicurezza nelle scuole;
2) raccolta rifiuti;
3) viabilità e illuminazione pubblica (spesso la situazione viaria dei comuni è quella degli anni ’60 quando l’auto media era la Seicento);
4) asili nido e scuole materne (soprattutto con l’attivazione di microstrutture famigliari);
5) protezione ambientale e paesaggistica;
6) case di riposo;
7) offerta sportiva;
8) offerta culturale;
9) sicurezza e legalità;
10) assistenza sociale e recupero della tossicodipendenza.

Hai delle considerazioni da fare su serate come questa?

Ottima l’organizzazione, con il dibattito alimentato dalla proiezione di “slides”, un po’ scarsa la comunicazione nei confronti dei “comuni” cittadini, un po’ povero il rinfresco (bibite e cocomero, ma anche così transita la gloria del PD) … ciao Paolo!

Per contattare Paolo Volpe:

pd.valtriversa@gmal.com 

http://guardaoltre.ilcannocchiale.it

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6 agosto 2007
politica interna
Libertà

Tognazzi e WilsonIl fascista Ugo Tognazzi e l’antifascista Georges Wilson, alias Professor Bonafè ne discutono nel film "Il Federale":

  • Secondo voi cos’è la libertà?
  • La libertà è venire da me che sono, mettiamo, capo del governo, aprire la porta e dire: “Bonafè è un fetente”. Lei può fare questo, adesso?
  • Ma certo. Vado da Mussolini, apro la porta e dico: “Bonafè è un fetente”.
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1 agosto 2007
politica interna
Fare cose semplici
 
"A fare le cose complicate, tutti sono capaci, quelle semplici e' gia' piu' difficile".

Bruno Munari - Designer Milano 1907-1998
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1 agosto 2007
politica interna
G. Dossetti

Il prof. Giuseppe Dossetti apre la campagna elettorale per le elezioni amministrative di Bologna nel 1956.

(Appunti presi direttamente dall’on. Antonio Marzotto Caotorta)


"La vittoria non è nel numero di voti che raccoglieremo,
ma nel numero di verità che avremo potuto seminare."
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1 agosto 2007
politica interna
Una citazione per tutte.
Ho sempre detestato le citazioni cosiddette culturali, perché penso
che soltanto chi non ha sicure idee proprie sente il bisogno di cercare il conforto negli altrui autorevoli pensieri.

Sen. Cesare Merzagora
Pres. del Senato dal 25 giugno 1953 al 7 novembre 1967.
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permalink | inviato da villanovademocratica il 1/8/2007 alle 10:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 agosto 2007
politica interna
Al mutare delle situazioni, cambiano le opinioni sulle persone


Le più originali concezioni, le più interessanti situazioni ti cascano sul più bello: sei nel fantastico e ti trovi nel volgare, e Angelica ti si trasforma in una donnicciuola e Orlando in un babbeo.



STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, di Francesco De Sanctis
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1 agosto 2007
politica interna
Un piatto di lenticchie ...

Diogene stava lavando delle lenticchie per farsi la minestra.
Il filosofo Aristippo, che se la passava bene perché si era messo a corteggiare il re, gli disse sprezzante: "Se tu imparassi ad adulare il re, non dovresti contentarti di un piatto di lenticchie".
"E se tu avessi imparato a vivere di lenticchie" - ribattè Diogene con altrettanto sprezzo - "non avresti bisogno di adulare il re".

Svetonio

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1 agosto 2007
politica interna
Tutti pazzi per Walter... ma sarà vero?

Sembra davvero incredibile come fino a un mese fa i competitori alla carica di segretario del Partito Democratico non si contassero sulle dita di una mano, ed invece ora c'è, miracolo della politica, la gara a ritirarsi per far spazio ad un'unica persona.
Forse che più di qualcuno ha capito che di fronte alla volontà del popolo, per ora virtuale, quel Veltroni, accreditato a un 45%, è troppo forte?
Oppure, come ha scritto qualcun'altro, c'è la sola volontà di salvare il centrosinistra, e quindi anche sé stessi, e si pensa che il buon Walter sia l'unico a poter tirare la carretta, in attesa di tempi migliori per subentrargli?
Mi riesce difficile immaginare un D'Alema, un Franceschini, un Fassino che si inchinano di fronte ad un novello Caesar offrendogli la loro spada.
E' detto: niente per niente.
Una cosa che in politica vale in moltissime occasioni, forse tutte.
Se davvero alcuni personaggi non si lanceranno nella competizione, le liste di sostegno valgono comunque come un'alternativa gustosa, tanto generose di voti quanto affamate di posti.
Ma c'è anche Anna Finocchiaro: possibile che un D'Alema possa tradire una dalemiana? E possibile che, se c'è appunto la cara siciliana Anna, «tutti i Ds saranno per Veltroni», come ha detto Fassino?
Certo, poi ci si è messo pure Roberto Benigni a ricordare un tale veltro indicato da Dante nel Paradiso (che, come ha aggiunto il bravo Benigni, in breve è indicato come Pd).
Cosa ne penso io? Di Veltroni se ne può pensare bene e male: se è rimasto quello del primo Ulivo, per me è il massimo, ma so bene che un ulivista manterrebbe la sua promessa; Veltroni, infatti, non era quello che, finito il mandato al Campidoglio romano, avrebbe preso il cappello da esploratore e sarebbe partito per la nera Africa?
Fossi in Veltroni, ci penserei bene. «Fuggi dalla turba, dalla folla», diceva Seneca.
In questo centrosinistra fare il salvatore della patria non conviene: si entra con la corona sommerso da palme e rami di ulivo e si esce con le vesti strappate, magari dopo averti crocifisso per bene.
E come dico spesso io: meglio re di casa mia che servo del condominio.


di Antonio Esposito, 21 Giugno 2007

http://www.ulivisti.it/cgi-bin/adon.cgi?act=doc&doc=7725&sid=22

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1 agosto 2007
politica interna
2° Congresso di DL - La Margherita Asti

Il mio intervento.

Amici,
la Margherita nasce dall’aggregazione di forze cattoliche, riformiste e liberali che si sono dimostrate con il tempo non incompatibili tra loro.
Un’operazione per certi aspetti speculare a Forza Italia, ma che ha trovato una sua definitiva collocazione nel centrosinistra nel sistema bipolare voluto, voglio ricordarlo, dall’83% dei cittadini italiani con il voto al referendum per il maggioritario, sostenuto oltre che dai radicali, anche da Mario Segni e dal PDS di Achille Occhetto.
Benché la legge elettorale Mattarella prima, e il “proporzionale di coalizione” oggi, abbiano contribuito alla nascita e al mantenimento del bipolarismo, la stabilità strutturale di questo equilibrio fra i due blocchi appare ancora molto fragile, incerta e almeno parzialmente incoerente.
Le divergenze all’interno della coalizione sono note: … su ogni argomento che approda in Parlamento i distinguo dividono i fautori e i detrattori di una qualsiasi regolamentazione.
Spesso l’esecutivo si trova a dover galleggiare, a dover cercare il consenso in Parlamento, a dover continuamente mediare alla ricerca di compromessi, a dover evitare i veti incrociati che pendono sulla propria esistenza, a dover far fronte a continue minacce e ricatti politici.
Secondo alcuni, sarebbe molto più semplice incontrarsi fra moderati o, come si dice oggi, fra “neocentristi”, mettendo fuori dal palazzo e ai margini della società la sinistra più ortodossa compensandola con un’alleanza con i moderati del centrodestra.

Vedete, io ho iniziato a far politica nella Torino della metà degli anni ’70 …

… Ricordo, come fosse ieri, quel 1° ottobre ’77.
Ci fu una manifestazione studentesca di protesta per l’uccisione a Roma del militante di Lotta Continua
Walter Rossi ad opera di neofascisti.
Dal corteo si staccò un gruppo di autonomi che fece irruzione nel bar “Angelo azzurro” in Via Po lanciando alcune molotov.
Nel rogo che ne conseguì morì, dopo un giorno di agonia, lo studente lavoratore
Roberto Crescenzio.

Di quegli anni mi sono rimasti impressi i giorni degli scontri di piazza ai quali, mio malgrado, ho dovuto assistere … , ma soprattutto ricordo il clima di generale diffidenza e contrapposizione fisica che si respirava nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche, contrasti che questi anni di bipolarismo hanno attenuato.

Di qui l’esigenza di un progetto che veda la valorizzazione e il rafforzamento del bipolarismo attraverso la realizzazione di un partito nuovo.
Un partito popolare, partecipato e trasparente, strutturato su un’organizzazione federale, che sia in grado di aggregare sempre più donne e uomini per dare al centrosinistra una forza attrattiva per tutta la coalizione.
Un partito in cui sia riconoscibile il moderno riformismo di cui siamo portatori:
innovazione e solidarietà dovranno camminare insieme.
Un partito capace di promuovere un nuovo welfare in grado di rispondere alle grandi trasformazioni sociali e demografiche: invecchiamento della popolazione, crisi della natalità, precarietà del lavoro, immigrazione, allargando la protezione sociale, investendo risorse: sulle famiglie, sulle donne, sui bambini, sugli anziani, sull’innovazione, sulla ricerca, sull’università.
Un partito orgoglioso di essere “partito politico” nel rispetto del mandato dell’
articolo 49 della Costituzione.
In questa prospettiva sarà decisivo assicurare un vitale pluralismo culturale al futuro partito, nel quale si confronteranno e concorreranno le migliori tradizioni del cattolicesimo democratico e popolare, della liberaldemocrazia, delle ispirazioni socialista, laico-riformista e ambientalista.
Mi viene qui da parafrasare il pensiero del filosofo pacifista
Émile Auguste Chartier:
“Niente è più pericoloso di un'idea quando si ha un'idea sola” con
“Niente è più utile delle idee quando le idee sono tante”
Di qui la necessità di costruire una macchina che sappia funzionare a prescindere dai manovratori, le grandi stagioni del Partito Popolare e del Partito Socialista prima e della Democrazia Cristiana e della sinistra storica poi, sono impensabili senza tener conto di alcune grandi figure, al punto che, confrontate con alcuni dei personaggi che la fase attuale ci assegna, si è presi dalla sgradevole sensazione di veder nani figli di giganti!
Penso quindi al Partito Democratico, come detto: vero, nazionale e federale, ma che se vorrà sopravvivere oltre la prima tornata elettorale, dovrà puntare ad un riformismo che sappia stare vicino alla gente.
Ad un socialista come
Olof Palme venne chiesto come si dovesse lottare contro i ricchi: la risposta fu che egli aveva sempre creduto che il vero nemico non fosse la ricchezza, ma la povertà.
Il nuovo partito dovrà saper formulare delle strategie per contrastare “le povertà”, nella società, nell’economia, nel lavoro, nella ricerca scientifica, nel terzo mondo, nel medio oriente.
… Io spero che chi si riconosce nella sinistra DS possa – anche singolarmente – anche criticamente – fare il passo di aderire ad una casa comune, consapevoli che senza il contributo delle loro esperienze, il Partito Democratico parte diminuito di una parte importante della società e la preoccupazione, credetemi, … non è elettoralistica.
Verso gli amici dei DS aderenti alla mozione della
mozione di Fabio Mussi “A sinistra per il Socialismo Europeo”, noi della Margherita abbiamo quindi dei doveri in più, noi dobbiamo moltiplicare gli sforzi di sintesi e gli appelli all’unità, noi dobbiamo farci garanti verso questi amici le differenze politiche e culturali: su bioetica e libertà di ricerca scientifica sono armonizzabili, conciliabili o quanto meno affiancabili in distinte posizioni all’interno delle diverse correnti di pensiero che formeranno il futuro Partito Democratico.
Per noi “equità e solidarietà” mantengono un’attrazione ben maggiore rispetto a “risparmio ed efficienza”, noi non propugniamo un sistema egualitario, ma liberaldemocratico; … chi è più fortunato deve finanziare adeguatamente lo stato sociale per garantire l'assistenza e la ridistribuzione del reddito e le opportunità per chi lo è di meno.
La nostra tradizione cristiano - popolare ci impedisce di pensare alla riduzione degli individui a semplice massa economica.
Ma dunque come cambiare l’economia nella direzione delle liberalizzazioni di alcuni servizi?
E’ importante partire dall’etimo … dalla radice del termine: ritrovare il valore di una società più libera e più generosa.
Mercati meno vincolati generano società più aperte, in cui agli individui è data maggiore possibilità di esprimere le proprie capacità, i propri meriti e il proprio talento.
Senza cedere alle ragioni dei liberisti votati solamente all’efficienza e al mercato
– avere di più a meno –.
Si farebbe fatica a pensare che le basi del nuovo centrosinistra italiano risiedano, quasi esclusivamente, nel risparmio di qualche euro per l’acquisto dei medicinali da banco o nell’acquisto del quotidiano al supermarket.
Per quanto riguarda le nostre opinioni sui servizi pubblici, sulle liberalizzazioni e sulle privatizzazioni, ma anche sulla pace, sui diritti civili, sulla laicità dello Stato possiamo affermare che le differenze sono quindi minori di quanto pensino.
La nostra è una politica: assolutamente e totalmente pacifista, di salvaguardia dei valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, dignità della persona nella piena autonomia dello Stato dalle questioni della Chiesa.
La
Margherita nella sua Carta dei Principi riconosce che “lo Stato non è fonte di etica, ma stabilisce le regole di convivenza fra convinzioni etiche diverse, che appartengono alla sfera della libertà individuale”.
… E qui cito dalla mozione … la laicità nella vita interna del Partito Democratico esigerà rispetto, conoscenza reciproca, comune impegno a interpretare le differenze culturali, ideologiche e religiose non già come un problema, ma come una risorsa.
… Infine una risposta va data alla
mozione Boselli per il congresso dello SDI, che definisce testualmente il Partito Democratico “Un compromesso storico bonsai”.
Ebbene dobbiamo dirgli che siamo d’accordo soprattutto con la definizione “bonsai”.
Infatti la locuzione giapponese "bonsai" è costituita da due ideogrammi: il primo “bon”, significa “contenitore”, mentre il secondo “sai” significa “educare e coltivare”, proprio le finalità che il PD si dovrà dare.
Non siamo d’accordo invece nel definirci post-comunisti, post-democristiani, o post-socialisti, dobbiamo guardare oltre il ‘900 … al futuro e non al passato.
… e ancora dalla mozione DL …
… dall’esperienza della Margherita, il partito nuovo non potrà che essere un partito unitario, in cui si realizzi la convergenza e convivenza di persone con origini, percorsi politici e culturali fra di loro anche molto diversi all’interno di un comune progetto politico.
E parafrasando il capoverso finale della mozione Mussi, dico che solamente con il PD anche l’Italia avrà una grande forza di centrosinistra saldamente collocata nel panorama democratico europeo, collegata a tutte le forze di progresso e di cambiamento del mondo.
… e concludo con due brevi cenni al nostro territorio.
1°. Il polo industriale Astigiano è soggetto da diversi anni, come in altre parti del territorio italiano, a situazioni di crisi ed ad attuate o minacciate delocalizzazioni.
Anche il Pianalto che pure è definitivamente il primo polo manifatturiero della provincia per numero di addetti non garantirà per sempre il lavoro nei nostri territori.
La sfida delle nostre amministrazioni locali, se non vorranno trovarsi invischiate in crisi sociali inimmaginabili, sarà quella di anticipare un drammatico declino industriale attrezzandosi per una veloce e controllata riconversione commerciale, artigianale, turistica e del terziario avanzato.
La base programmatica delle future amministrazioni nelle quali alcuni di noi saranno eletti, dovrà essere quindi, secondo me, la salvaguardia del lavoro prima di ogni altra cosa.
2°. Giulio Santagata nel suo libro
“La fabbrica del Programma” afferma che ormai la politica è comunicazione.
Occorre quindi sostenere e rilanciare la comunicazione del nostro pensiero e divulgare la nostra attività politica e culturale.
La nostra presenza deve essere capillare, costante ed efficace attraverso l’utilizzo di ogni forma di mezzo mediatico: dai manifesti murali ai comunicati stampa, dai convegni a internet.
La nostra comunicazione dovrà essere finalizzata a far percepire che la nostra moderazione è altra cosa dalla indifferenza e dalla rinuncia.

Mario Lanfranco
Ufficio di Presidenza Intercomunale Villanova - Villafranca - Castelnuovo Don Bosco

Direzione Provinciale Asti
DL - La Margherita

Asti 24 marzo 2007

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