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7 novembre 2008
politica estera
B. Obama: "The first swedish President of USA"

Ritengo che la vittoria di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti d’America, al di là dell’euforia, anche eccessiva, con la quale è stata accolta, rappresenti soprattutto una rivalutazione di un modello di gestione della "cosa pubblica" assimilabile alla socialdemocrazia (in USA denominato “liberal”).


Non è un caso che Obama sia stato “accusato” di voler costituire negli Stati Uniti d’America, un impianto economico simile a quello della Svezia, come nell’intervista di Barbara West all'allora candidato Vicepresidente Joe Biden (
http://www.youtube.com/watch?v=ZmjoKYZGysw ).

Ogni conquista sociale che riteniamo ormai scontata e naturale, come l'assistenza sanitaria garantita a tutti, l'istruzione primaria gratuita, la previdenza sociale per le persone anziane, negli Stati Uniti non è affatto ovvia.

Lo spirito socialdemocratico pervade le società europee ed è alla radice del nostro modo di intendere i diritti.

È un modo di guardare ai diritti, che ha costituito, dal dopoguerra in poi, una caratteristica generale della politica europea di centrosinistra, ma anche in gran parte di quella del centrodestra.

Negli USA la politica del liberismo assoluto iniziata dal riflusso della fine degli anni ’70 con Nixon ed esaltata dall’amministrazione Reagan negli anni ’80 e infine stabilizzata da quelle dei Bush, si è scontrata con la globalizzazione.

Semplicisticamente in un sistema economico chiuso chi ha maggiori mezzi economici spende i propri quattrini all’interno del sistema di appartenenza rimettendone in circolazione una parte, differentemente, in un sistema globale, i flussi economici possono avere delle dinamiche unidirezionali producendo un continuo depauperamento finanziario in un’area e un costante afflusso di denaro in altra.

Diventa quindi necessario per alcuni stati, al fine di alleviare il disagio della popolazione e aumentare la competitività delle aziende, intervenire fornendo o maggiori servizi e infrastrutture o con una minore pressione fiscale oppure mettendo in atto entrambe le azioni.

Il programma di Obama ( http://www.barackobama.com/issues/ ) prevede di implementare e di sostenere alcuni servizi (cassa mutua aziendale, scuole superiori gratuite [college], assistenza ai diversamente abili, ecc.), ridurre la pressione tributaria per i meno abbienti e contemporaneamente combattere l’elusione fiscale, oggi molto diffusa in USA e tollerata dai precedenti governi (compresi Carter e Clinton).

Ciò rappresenta un cambiamento epocale per gli USA: si ammette per la prima volta che non è importante che lo stato “non metta le mani nelle tasche” dei propri cittadini, ma è importante che lo stato fornisca dei servizi di livello adeguato alle tasse pagate, così come avviene in Svezia e in molti altri paesi scandinavi.

Purtroppo quegli stati sono molto diversi dagli USA e il funzionamento di quest’impianto economico non è assicurato con una società così complessa e multiforme come quella americana.

Un ulteriore fattore critico è rappresentato da una caratteristica collettiva della comunità americana, ossia quella di pretendere che se un servizio deve essere fornito dallo stato, la "utility" deve essere offerta in modo preciso ed efficiente (ciò posso dirlo con cognizione di causa essendo stato mio padre per parecchi anni alle dipendenze di un ente governativo degli USA).

Ecco perché, in tempi non sospetti, mi ero schierato per Hillary Rodham Clinton che proponeva un programma, come diremmo noi europei, più liberaldemocratico e maggiormente accettabile dalla società americana nel suo complesso e più attrattivo per il ceto medio e per gli elettori incerti e più moderati.

Ma evidentemente mi sbagliavo, la società americana è arrivata ad un passaggio per certi versi rivoluzionario, una loro seconda repubblica.

Da qui la distanza dal centrodestra italiano che non può certo attribuirsi nessuna parentela con la politica di Obama e l’articolo a firma Antonio Martino su Libero del 7 novembre ’08 (di spalla a pagina 9) me ne da ragione.

Oggi forse gli statunitensi possono dire: “Thank you, Europe!”.

Domani torneremo a dirlo anche noi italiani.

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