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Manlio e Livia

Io sono Manlio Milani, il marito di Livia, morta nella strage di Brescia la mattina del 28 maggio 1974.
Da quel giorno, ogni istante della mia vita lo dedico alla ricerca della verità.
Non è facile, credetemi. Ma io non desisto.
Piovigginava, quella mattina.
Ma Livia, in piazza della Loggia, ci sarebbe andata anche se fosse venuto giù il cielo. Voleva essere lì, con i suoi colleghi insegnanti, militanti della Cgil come lei, per testimoniare il suo impegno antifascista. Con alcuni di loro, i coniugi Trebeschi, la sera prima avevamo chiacchierato fino a tardi. Avevamo parlato di tante cose e anche del perché fosse importante partecipare il mattino seguente, alla manifestazione antifascista e allo sciopero che, una volta tanto, non era stato indetto per rivendicazioni economiche, ma per difendere la libertà di tutti. Uscii dal lavoro alle 8 per andare a prenderla, perché dovevamo andare insieme alla manifestazione, mia moglie e io, come avevamo fatto tante altre volte. Io ero impiegato in un’azienda elettrica. Livia invece insegnava letteratura italiana. Aveva vinto il concorso per le Superiori, ai primi di maggio. Avevamo vissuto insieme anche quell’esperienza dalla stanchezza per la preparazione alla felicità per averlo superato. Ed era stato bello. L’azienda in cui lavoravo non era molto distante da casa, e sarei andato a prendere Livia a piedi, se un collega non mi avesse dato un passaggio in macchina. Ci penso spesso ancora oggi: se avessi rinunciato a quel passaggio, avrei tardato un po’ e... forse soli pochi minuti sarebbero bastati a impedire che morisse, chissà...

Arrivai a casa in anticipo, suonai il campanello e quando lei mi rispose, per scherzo la rimproverai: «Dai, svegliati, muoviti, Sei sempre in ritardo?» Così, col sorriso mica dicevo sul serio. Ci piaceva scherzare, eravamo allegri, giocosi.

Scendemmo in fretta da casa e, camminando velocemente, ci dirigemmo verso piazza della Loggia. Continuava a piovere e Livia mi disse, seria: «Guarda te, questa è una pioggia fascista!». Temeva che la pioggia impedisse alla gente di scendere in piazza. Ma si sbagliava, perché quando arrivammo, la piazza era già piena. La attraversammo, da un lato all’altro, cercando con lo sguardo i nostri amici, quelli con cui eravamo stati la sera prima. Li vedemmo, erano a una decina di metri da noi. Stavamo per raggiungerli, quando incontrai un mio compagno, che mi bloccò per chiedermi delle informazioni. Livia però aveva fretta, fretta di raggiungere i suoi amici e di compiere il suo destino. «Io vado, ti aspetto li, vieni subito», mi disse. Mi fermai un attimo a parlare con quel mio compagno, tenendo però sempre d’occhio Livia, per non perderla tra la folla. Poi, andai verso di lei, che intanto aveva raggiunto il gruppo degli amici. Ero ormai vicinissimo, a pochi passi. Livia mi guardò, incrociammo lo sguardo, mi salutò e io risposi allegramente al suo saluto...

In quell’istante, lo scoppio. Erano le 10.12 del 28 maggio 1974.

Da quel momento, ho due immagini fisse nella memoria: il suo saluto prima, il suo corpo straziato dopo. La vedo ancora, lei è li, con i nostri amici, mi sorride e saluta con la mano e, subito dopo, lo scoppio. Il boato lo sento ancora nelle orecchie, lacerante.

Sul momento rimasi come attonito, impotente. Vidi un’ombra che mi passò davanti, e solo più tardi avrei capito che era il corpo di Alberto, Alberto Trebeschi, scagliato a una decina di metri di distanza, come fosse un manichino. In mezzo a quella folla impietrita, si aprì una sorta di buco: dove c’erano gente e sorrisi, ora c’erano solo morte e silenzio.

Da “I silenzi degli innocenti” di Giovanni Fasanella.

Pubblicato il 28/5/2010 alle 9.8 nella rubrica Diario.

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