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I migliori anni della nostra socialdemocrazia.

Olaf PalmeSpesso sentiamo sentenziare da esponenti del PD che “la socialdemocrazia è un sistema politico superato”, “ci si può alleare con la sinistra, purché non si parli più di socialdemocrazia” e che - dalla mezzanotte del 31 dicembre 1999 - “è un’ideologia del secolo scorso”.

Nel momento dell’evidente crisi del liberismo, segnalata dall’anomala recessione economica che sta colpendo l’Occidente, tutto ciò mi irrita immensamente.

Soprattutto al pensiero che il patrimonio politico della socialdemocrazia venga scaricato e denigrato, lasciandolo in dote alla sinistra radicale che quel patrimonio non lo ha mai coltivato avendo nutrito, semmai, i vari miti classisti, dapprima rivoluzionari e totalitari, poi elettorali e democratici, ma comunque orientati più sul “chi” fa l’economia che sul “come”.

Ad esempio ora la socialdemocrazia è inserita stabilmente nei documenti programmatici dell’area “vendoliana” di SEL e rischia di diventare esclusiva di ciò che sta a sinistra del PD, sottraendogli non solamente voti “nostalgici”, ma anche voti moderati di provenienza “pubblica”.

La Socialdemocrazia è quella forma di gestione dei beni collettivi che pervade tutta la politica europea di sinistra e di gran parte del centro.

Perfino la destra sociale non è esente, ma ritrova nel welfare distribuito, anche se mortificato dalla xenofobia, punti di contatto con la socialdemocrazia.

In Italia, i socialisti e i democratici furono decisivi nel determinare la vittoria repubblicana sulla monarchia nel referendum del 1946, nell’imporre la scuola media obbligatoria nel 1963, nella nazionalizzazione dell’energia elettrica nel 1962, come nella piena realizzazione della previdenza sociale e del servizio sanitario nazionale, nella redazione dello Statuto dei lavoratori nel 1970 (Gino Giugni) e in tanti altri importanti passaggi della nostra recente storia.

Ogni volta che lo Stato ha avuto la prevalenza sull’egoismo privato e personale, lì c’era la socialdemocrazia.

Brown e ObamaSpiega Paolo Viola, consulente RAI-Edu e Docente di Storia Moderna alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo: “Esistono innumerevoli conquiste sociali, che tutti noi, ormai, riteniamo scontate e naturali in una democrazia. Molti di noi ritengono giusto, per esempio, che l'assistenza sanitaria debba essere garantita a tutti e, allo steso modo, riteniamo ingiusto che qualcuno debba morire perché non può permettersi delle cure. Pensiamo che l'istruzione sia un diritto di tutti, perché tutti, come cittadini, abbiamo diritto a pari opportunità. Non è sentito, allo stesso modo, come un diritto, che riteniamo quasi ovvio e naturale in una democrazia, il fatto che le persone anziane abbiano di che vivere, non potendo più lavorare? Ebbene; tutti questi diritti, che oggi riteniamo scontati, sono il frutto di difficili conquiste del passato e non sono affatto scontati. Negli Stati Uniti, per esempio, non è affatto ovvio che l'assistenza sanitaria sia un diritto, né è ovvio e naturale che l'istruzione abbia il senso di offrire a tutti pari opportunità. Lo spirito socialdemocratico, che ispira le società europee e che è alla radice del nostro modo di intendere i diritti, non è però riducibile alla politica di un partito. È un modo di guardare ai diritti, che ha costituito, dal dopoguerra in poi, una caratteristica peculiare delle società europee.”

RoyalSono dunque insignificanti i nomi di partito o i loro simboli, ma sono importanti i programmi che i partiti propongono.

Partire, ad esempio, da un rilancio di una nuova stagione europeista, che dia pari dignità e pari diritti agli stati e ai cittadini che in essi vivono e lavorano; la forte competizione, attraverso la riduzione del costo del lavoro, che abbiamo visto scorrere in Europa, crea solamente disoccupazione e recessione.

Ripartire dal controllo pubblico (e se pur compatibile con l’articolo 8 della Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa ai servizi nel mercato interno, meglio nota come direttiva Bolkestein, non scrivo “proprietà”) dei servizi a rete, come l’acqua, i rifiuti, le telecomunicazioni, le risorse energetiche e l’energia elettrica, che, senza creare nuove inefficienze, garantisca, con minimi costi, l’uniforme diffusione e distribuzione di beni di primaria importanza.

Tuttavia alcuni esponenti del centrosinistra ritengono che, per via della globalizzazione e della fine del fordismo, il “welfare state” non sia più finanziariamente sostenibile e che quindi occorra entrare nel meccanismo produttivistico e concorrenziale del mercato, dell’efficienza e della crescita costante e continua.

Personalmente ritengo che in Italia ci sia spazio per una crescita, qualitativa più che quantitativa, del PIL attraverso la ricerca e l’innovazione e che ci siano larghe sacche di economia sommersa, e talvolta criminale, alla quale sarebbe doveroso applicare un’adeguata fiscalità, ma ciò che dobbiamo progettare è di combattere la “povertà” ossia le eccessive disuguaglianze tra lavoro e finanza.

Socialdemocrazia quindi: il nome di nuova strategia riformista, il nome di nuova democrazia liberale, rivolta alle pari tutele, ai pari servizi, ai pari diritti e alle pari dignità per il futuro del centro e della sinistra rappresentate dal PD.

Pubblicato il 2/7/2010 alle 21.20 nella rubrica Diario.

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